La gabbia

Subito verrebbe in mente la trasmissione che guardano con share del 3% sulla rete la7 con un metodo senz’altro populista che al momento , come ritorno al passato, pare piaccia al popolo.

Invece con leggerezza e senza particolar pensiero di lettori interessati a josa ho pensato alla gabbia per uccelli. Ne ho 2 di gabbie che da quando una gazza mi ha ucciso con la violenza insita nella giusta natura degli animal,i sono rimaste vuote.

Vorrei riprendere un canarino o una cocorita ma rimando anche perchè di tempo per i miei hobby ora ne ho poco (si vede anche da come maltratto il blog).

Ma il pensiero mi viene perchè ogni giorno che rientro a casa trovo nel giardino il “mio” pettirosso. Ne ho già parlato ma questo è il mio blog quindi non posso tacere che mi sembra di essere San Francesco!

Oggi toglievo l’erba che invade il prato delle margherite fiorite con questo clima da primavera (16 gradi, ho paura che ritorni il gelo e allora sarà un dolore per le gemme dei frutti) e lui mi si è posato sui rami ormai secchi della vecchia vite.

Stava in posa, lo chiamo Pippo, sono rientrato in casa, era ancora lì, voleva la foto,

e allora eccole. Io provo gioia e quindi ho scritto!

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Donna…cosa si fa per me!

Le statistiche si soffermano : stipendi più bassi con conseguenti pensioni minori, più alta disoccupazione, più elevati voti a scuola, enorme divario nel frequentare la messa e i sacramenti, suore più numerose dei preti, volontariato non ne parliamo, nei servizi socio-sanitari i maschietti sono la maggioranza come primari, capi dipartimento.

Un fatto nuovo….sabato alla trasmissione “Che tempo che fa” lo scrittore giornalista Gramellini (milioni di copie, per me è la Tamaro al maschile e lei mi piace tanto) dice che il macho è una falsità perchè noi abbiamo dentro un femminile che dobbiamo far uscire (noi maschi).

Si partiva da Mancini , da Sarri, ieri son venute le parole di De Rossi sugli zingari. La parola sfugge , lo scritto è più controllabile ma è fuorviante dividerci in uomini e donne (comodo solo su Canale 5)?

Sono dei Gemelli con ascendente bo!, allora sarò un maschio con sensibilità inconsuete ma perchè devo rinnegare quello che ormonalmente, anatomicamente, sono!

Oggi mi sento donna, mi sembra un principio improprio, certo se piangevo da bambino mi dicevano non fare la femminuccia ma poi sollevare un peso era più agevole per me rispetto a mia sorella.

Poi può capitare nei ragazzi la scoperta del sesso con lo stesso sesso, forse si ha meno paura, ma culturalmente creare complemetarietà nella diversità  oggi è considerato fascismo. Io ?

Libertà di essere: ma  non siamo padroni di tutto e ad esserlo stiamo rovinando il mondo alle prossime generazioni.

Non ho quasi niente di macho ma sono un uomo, maschio e terribilmente attratto dalla bellezza a volte indescrivibile della donna. Ma ho bisogno di un padre, di un nonno, di non rinnegare tutto . Non è una moda partorire è la massima potenzialità di un individuo che non riesco a immaginare.

Certo prima era donna, mamma, amante ora è INPS, gestione separata. Non conviene.

 

 

A fatica…

Dopo molto tempo mi ritrovo qui perchè mi piace la piattaforma e lo scrivere viene spontaneo. Ma come sapete avevo optato per un blog specializzato sulla LIS , lasciando qui le emozioni sui fatti, sulla vita, sulle letture.

Poi il mese di dicembre ha causato lo stop sia della mente che del tempo con la malattia di mio padre e l’inizio di un’assistenza giornaliera ospedaliera.

Pertanto è un percorso lungo , interiore ed esteriore ma inevitabile. Trovarvi del positivo ancora mi è possibile per merito delle sue condizioni di spirito ma ho già visto che la volontà non vincerà ne su di me ne su altri.

Ma scrivo anche per qualche dollaro…quindi per proseguire se volete metto la recensione su un libro particolare. La pubblicazione è avvenuta su Ciao.it.

La Montagna dalle sette balze di Thomas Merton

Premessa

Dare un tre al libro autobiografico del monaco Merton forse è un peccato magari veniale, ma leggere 600 pagine scritte negli anni ’50 sul desiderio di amare Cristo e sulle varie traversie della sua vita può essere un consiglio che attirerà pochi lettori e quindi lo giustifico come una scelta dettatata forse dal mio attuale contesto di vita.

===IL Libro==
Più del testo, corposo, spesso proponente una religione che pare una totale resa dello spirito indomito dell’uomo alla trascendenza e quindi realmente difficile da accettare in toto per chi non ha una fede infuocata che il trappista Marton possiede, la mia riflessione la collego sul perchè, sia riuscito a leggere un tal siffatto libro.

Ho un’edizione del 1956,con pagine ingiallite, trovata in qualche biblioteca prima di essere buttata. Con una copertina in brossura rilegata e il prezzo di 1800 lire, edito da Garzanti.
Cosa mi ha spinto a ripercorrere insieme all’autore di cui ignoravo l’esistenza ma che leggendo le prime pagine sapevo nato nel 1915 e quindi poteva essere morto da poco od anche vivente?
Ecco stavo al capezzale di mio padre di 90 anni che lotta (forse si, forse no) per avere una vita anche se certamente molto limitata e a volte incosciente.
Forse il tema? La ricerca di un Dio , le prove, le tante chiese di campagna nel sud della Francia quando era un adolescente e che viveva con il padre, pittore, avendo perso la madre a 5 anni?
L’aver visto anche io quei luoghi dei Pirenei francesi ed essermi immerso nei boschi, nelle guglie, in quella ricerca del silenzio che un bosco può dare.
Non lo so ma andavo avanti ogni tanto guardando mio padre, dormiente o richiedente un intervento per impedire che il catarro ostruisse la trachea.
Forse la voglia di vivere come un santo espressa dal futuro monaco può avermi indotto a riflettere.
Ma la sua religiosità è più collegata alla negazione del mondo, il suo desiderio è di vivere come monaco provando e cercando di capire quale Ordine fosse più adatto a lui.
Di ognuno l’attirava qualcosa: i Certosini, i Francescai, e i Trappisti.
Un’infanzia poco religiosa con un padre che intendeva la Religione come una scelta da fare e non da imporre e lui era protestante.
Certo fino ai 20 anni lui ha vissuto normalmente e cercava il bere, le ragazze, ma il libro ha l’imprimatur della Chiesa, quindi non esiste frase che possa trovare nell’oggi un riscontro.
Solo il suo pentirsi a 25 anni della sua vita precedente mi induce a considerare con quale intensità l’esistenza era vissuta. Allora si era grandi a 15 anni.
Io 60 enne rifletto ora, a contatto con la sofferenza, sui valori, sulle ingiustizie e della sanità son tante e le più crudeli, ma non ho la forza di lasciarmi andare alla volontà di Dio che è il leit motive del libro .
Proverà anche la delusione di una prima rinuncia nell’entrare in un monastero e quando finalmente dopo mille paure di essere un peccatore si battezzerà , riuscirà con gradualità ad arrivare al monastero trappista, ordine questo di cui rimase entusiasta nell’andarlo a vedere vicino a Roma, ove visitò le chiese che sempre lo attrassero ma dove per la prima volta comprese che non c’era solo l’arte ma anche uno spirito, un altare che attirava a se.
Il libro è piacevole nelle prime pagine, da lettore laico dove l’autobiografia scorre con belle illustrazioni dei paesaggi francesi, inglesi e poi americani dove la sua vita si svolse. La guerra vivendo l’autore in America viene vista da lontano e la sua chiamata alle armi negli anni ’40 denota una scarsa necessità di uomini da parte dell’esercito americano che lo esonera per avere un’insufficiente dentizione.
La sua vita è piena di tentativi di scrivere romanzi, poesie. Di essere dentro lo staff di giornali, riviste.
Di insegnare letteratura Inglese agli studenti della Columbia University ma il silenzio assoluto lo chiama.
Troverà nel Monastero forse una contemplazione attiva, dovendo i frati produrre da se i loro sostentamenti: lavorerà la terra, farà il boscaiolo ma anche i superiori capiranno la sua qualità di scrittore e giù a tradurre le vite dei santi, a produrre guide per i novizi.
Le ultime pagine raccontano che questa sua capacità di scrivere lo allontanava dal deserto e avrebbe voluto estraniarsi, vivendo solo del rapporto assoluto con Dio. Ma un monastero anche negli anni 50 era luogo da gestire, quindi ora et labora e per Marton doveva essere lo scrivere.

La montagna dalle sette balze (Thomas Merton) IMG_20151231_102228 - La montagna dalle sette balz

 

Una mela al giorno e …..

Sarebbe stato troppo banale aggiungervi il medico anche se credo che il frutto della mela sia ormai passato dal proibito al raccomandato (le raccomandazioni è risaputo fanno bene indirettamente anche alla salute).

Sapete che ormai chi mi vuol bene come lettore e sostenitore, mi deve leggere sul blog specifico sulla Lingua Italiana dei Segni e inclusioni sociali e magari potete leggermi qui sotto!!emoticons natura (3)

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(www.lisdove.altervista.org) dove Adsense può darmi qualche centesimo (capito mi hai?) però è un piacere scrivere su questa piattaforma e vedere tramite essa i post di chi seguo e i commenti (nell’altro mi sento il conte di Montecristo, cioè un povero Cristo solitario).

Ma la mela? Peraltro scrivo su un Toshiba del 2006, quando dopo il benservito al lavoro mi son buttato nella partita (giocavo in attacco) IVA, dopo di che, l’IVA si è ingelosita , a me piace la Mina, e mi ha buttato fuori.

Ora son qui avvinto come l’edera….cantava a Sanremo negli anni 50 la Nilla Pizzi e avvicinandomi al mondo vegetale da cui ero partito, mi soffermerò sulla mela.

Mio figlio va a far la spesa al mercato e, non lavorando, è un esperto sul risparmio (carta, software, de visu) e dopo varie analisi di…mercato, mi ha portato 2 kg di mele “Fusion” che mi ricorda un’auto, ma non vado su Google!

E invece ci devo andare perchè si chiama Fujion ed è stata brevettata dal Consorzio Vivaisti di Ferrara.

Un gusto dolcissimo a fronte di un aspetto che abituato alla Golden mi induceva a pensare che non fosse matura, piuttosto acidula e già al pensarlo mi vengono i brividi.

Quindi avendola vista ben soda al togliere la buccia , le papille han fatto festa perchè croccante, mai sfarinosa e dolce, divinamente da dessert.

E una mela al giorno mi ha cambiato atteggiamento! prima di questo periodo optavo per un’ arancia, oppure una mela molto morbida, ma succedeva che amando vedere la tavola  pulita, ero il primo a togliere i piatti, senza proferir parola.

Ora con il fatto che questa mela la devi masticare lentamente e senti il gusto, una specie di sbriciolamento sensuale! io sto a tavola, quindi ho aumentato la relazione, una battuta  che magari desta ilarità (la senilità mi sta avvinghiando) ma si parla.

Ecco allora il senso del titolo (sono prolisso! ma è l’unico pro che mi è rimasto) e il valore terapautico della mela non possiamo  farla traslare sul piano del mangiare slow ( potevo non citarlo?) con le conseguenze di ricominciare a guardarsi, pronunciare qualche frase, cogliere qualche espressione.

La #mela Fujion* del Civ presso Tagliani Vivai #interpoma

Me la dai la mela?

 

La coscienza di se e l’ideologia

Ho letto pochi giorni fa questo libro, per puro caso, della fine degli anni 80 e molte riflessioni del personaggio principale, una donna separata e sempre succube del marito le ho trovate totalmente attuali.

Poi il racconto assume aspetti kafkiani e affronta l’ideologia in un mito stato che ricorda forse l’Utopia di Moro o una vecchia Albania.

L’ho recensita su ciao e si trova anche su twitter.

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Premessa

Un libro ingiallito e inserito fra tanti magari senza molto spazio dovuto al continuo inserimento di altri magari cambiati per trovare il miglior sfruttamento dello spazio. Questo è ciò che avviene nelle nostre librerie in cui settimanalmente un piumino toglie la polvere apparente.

La polvere vera è quella dell’oblio e lui , come tanti suoi simili, aveva lì il suo spazio. Poi durante un mini trasloco, che ci facciamo con questo ? Lo buttiamo, lo regaliamo? Ma in biblio ne buttano di meglio! E allora questa copertina fatta di lettere e di una penna d’oca ha destato la mia curiosità.

Il libro e l’autrice

Stampato nel 1988, Francesca Duranti l’autrice, vado sul retro di copertina dove la sua immagine è di una bella signora come tante anzi a vederla presa senza una posa d’autore mi dà più l’idea di una mamma. Leggo qualcosa senza mai pensare che il tutto è di 27 anni fa, vive tra Milano e Gattaiola nella campagna lucchese. Mi basta e comincio a leggere e noto che ad ogni inizio di capitolo viene riportato un frammento di libri di antichi teologi, filosofi in latino con traduzione. Sembrano dei Santi eruditi, storici e il primo è Ugo da San Vittore, tedesco, beato che scrive sulla donna: “..all’uomo non veniva data né una padrona né una serva ma una compagna, non bisognava trarla dalla testa o dai piedi ma da un fianco”.

Penso che su questo frammento le opinioni saranno le più diverse ma qui mi serve per introdurre il senso di questo approccio che è la storia di Valentina, una trentenne che si ritrova in via di divorzio ma con ancora in mente la sua vita con Riccardo, il marito laureato al DAMS di Bologna e ora che se la spassa con la sua nuova “sgualdrinella”. Sente un rumore alla porta e quando si è soli il silenzio fa meno paura dei suoni non noti. Apre di istinto e vede il marito che con il cacciavite toglie la targhetta dalla porta per portarsela a casa sua!.

Nasce la sensazione di vuoto, vedere il suo appartamento senza consente a lei di vedere quanto non abbia vissuto che ha seguito le idee, i costumi, le abitudini anche in campo di giochi erotici del marito senza che li possedesse come suoi. Ora chi è, quale dialogo per confrontarsi può fare e con chi? Con la madre, vedova senza patemi e ora compagna e rigenerata con l’alchimie, lo yoga, i balli popolari e tutta superficiale vedendo solo la sua rigenerazione.

Valentina ha una laurea in lingue slave, rara, scrive qualche pezzo su un giornale per donne e ora bisogna riprendersi la vita anche per motivi economici.

E’ affascinata dalla letteratura slava e sopratutto dai romanzi, le poesie di un certo Milos Jarco, tradotto in varie parti del mondo. Riprendersi la vita con uno scatto, un cambio di aria , certo. Allora via con la sua auto, pochi ed essenziali bagagli in terra slava, un’intervista sulla vita, sugli amori, su quelle piccole cose che interessano i lettori di una rivista eminentemente con target medio alto femminile. A questo punto l’autrice abbina ad una storia, sempre coinvolgente, un quadro di società comunista (siamo nel periodo già di post comunismo) forse di tipo albanese degli anni 70.

Accoglienza buona, l’Unione degli scrittori come punto di riferimento, una desolante rappresentazione urbanistica con ascensori sempre rotti e con avvisi che sembrano la soluzione al guasto. Appartamenti con bagni senza finestre, alberghetti poveri accanto ad un solo albergo di rappresentanza con stanze arredate con pomposità e spazi assurdi per una persona single. Contraddizioni, sospetti, in questa sequenza di personaggi in ambito della cultura, il nome di Milos non apre nessuna porta. Tutti sono sospettosi, le danno notizie che si possono ricavare dalle biblioteche ma come nel suo paese non si sa della sua fanciullezza, dei suoi amori, di… Niente solo documenti ufficiali, contraddizioni fra chi dice di averlo visto e chi dice che è all’estero. Ma dove abita? Laggiù, un luogo indicato ma che mai riesce a definirsi tanto da suonare un campanello, parlare con il vicino. Addirittura si trova che le hanno traslocato nell’albergo di lusso, entrando nella sua camera e prendendo i suoi effetti personali. Improvvisamente si scopre che il misero albergo era pieno: errore nell’assegnazione ma, nessun problema, colpa loro e quindi albergo di lusso a prezzi dell’altro. Sospetti? Che sia spiata, che qualche scrittore sia una spia del Partito?

Qui nascerà la parte più bella del libro, un’amore frammisto all’ideologia del pensiero comunista. Possibile che la parola mio non sia dell’uomo? Come fai a sentirti vivo se non hai qualcosa di tuo, solo tuo? Lascio al lettore lo stimolo a leggere come andrà a finire!

Women style and charm

Riporto la recensione che ho fatto sul social http://www.ciao.it del film trasmesso recentemente dal digitale terrestre e che pur essendo del 1955 anticipa i nuovi comportamenti femminili.

Vedere un film del 1955 mi è particolarmente caro dato che è il mio numero, con il quale mi si conosce in molti social oltre che qui su ciao.it, non sono uno studioso di film anzi con il tempo la televisione mi ha portato essenzialmente a vedere i talk pur accorgendomi che sono solo un intrattenimento a basso costo , ormai inflazionati e metodologicamente standard o solo chiassosi.
Quindi per puro caso mi è capitato di vedere “le amiche “ di Michelangelo Antonioni.
Un film premiato alla mostra di Venezia in quel periodo e con riferimento al racconto di Cesare Pavese “Tra donne sole”. Avendo avuto un debole adolescenziale per questo autore piemontese non potevo lasciar passare invano questa visione.
Il film non entusiasma come vivacità e pur apparentemente trattando argomenti leggeri , da commedia, almeno per le paure dei nostri tempi, è sicuramente catalogabile nel genere drammatico , non tanto per l’inizio, un blando tentativo di suicidio in una camera di albergo per amore, quanto per la descrizione della vita dei personaggi.
Il tema è la donna con le sue libertà e debolezze. Ad una prima visione mi è venuto in mente che contenesse in “fieri” le tematiche e le modalità di scena della nota e terminata serie americana “Sex and the city”. Pettegolezzi, bramosie, seduzioni, competizioni femminili , certamente ironiche e con un occhio al botteghino, quindi con potenziale sensualità nel prodotto americano, molto più introspettivo, amaro ma per certi versi avanguardista in questo di Antonioni.
Certamente tutta l’opera di Pavese è caratterizzata da una analisi piuttosto pessimistica, fin troppo realistica dell’incomprensione umana e Antonioni ha utilizzato gli sguardi e il fascino di certe attrici (su tutte una splendida trentenne Eleonora Rossi Drago) per penetrare l’alchimia delle donne che amano intensamente o che giocano ad essere desiderate e basta.
Nel gruppo di amiche c’è tutto lo scenario dei sentimenti e delle fragilità impersonate in Rosetta, giovane di famiglia benestante e quindi attratta dall’estro del pittore Lorenzo (Gabriele Ferzetti) che la ritrae con rapido schizzo del suo profilo di volto in una banale (allora, oggi vintage) linguetta di fiammiferi.
Le amiche con al centro Clelia , la Rossi Drago che venuta a Torino da Roma ad aprire una sede di una sartoria di gran moda, si troveranno coinvolte in amori in cui gli uomini sembrano dei perdenti sia per le doppie vite (mogli e amanti) sia per la mancanza di approfondimento del sentimento.
Una borghesia vuota con i primi segni del benessere di cui il film offre un’ immagine critica. Un rapporto d’amore forse dignitoso ma impossibile nel far breccia sugli agi e i diversi ceti sociali sarà da finale, raccontabile, anche se non esaustivo per non togliere il patos di rivedere questo film, finalmente con un uomo con più saldi valori , forse un classico geometra o assistente di cantiere che pur convinto di amare , mi lascia l’amaro in bocca nel vedere, nascosto dietro i vecchi carrelli mobili dei giornali delle stazioni, che il suo amore se ne va, con un treno notturno ( a significare una fuga) per il prevalere di libertà inimmaginabili dai più negli anni cinquanta.
Direi che il film è molto audace come concezione di autonomia della donna (imprenditrice, amante senza complessi) e rappresenta pertanto una visione culturale propria dei grandi registi del periodo della ricostruzione italica.
Capirete dagli interpreti e dalla qualità degli sceneggiatori perché il film fu notevolmente premiato dalla critica (Anche una Grolla d’oro nel 1956).
Distribuito dalla Titanus
Durata 104 minuti.
Interpreti: Eleonora Rossi Drago, Gabriele Ferzetti, Franco Fabrizi, Valentina Cortese, Ettore Manni
Sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico e Alba de Cespedes

Un saluto ai miei fedelissimi che possono trovarmi sull’altro blog  www.lisdove.altervista.org che ha i necessari (capito mi hai!) banner, peraltro ricchi di ricette e nuovi trailer di film in uscita!|

Il Pettirosso di casa

Non posso non scrivere,  mai mi è capitato di fotografare un pettirosso così da vicino ma è accaduto qualcosa di più!

4 anni fa  era verso febbraio, comunque faceva freddo, vidi in giardino che mia moglie puliva il marciapiede antistante. Rientrando mi soffermai, con un occhio sempre più spalancato e meravigliato, su una vecchia scopa appoggiata su un muro di un angolo della mia casa.

Mia moglie si avvicinava a quella scopa, posta nei pressi dell’uscio e sopra al manico c’era, ben fermo, un pettirosso.

Mia moglie forse non se ne è accorta e continuava a sistemare il giardino e lui, immobile, con il suo becco piccolo, appuntito, girava solo il capo.

In giardino ci sono molti merli, abito nel centro storico quindi con 2 alberi rappresento per questi uccelli cittadini, una piazzola di sosta,  senza necessita del disco orario (sic!).

Ma ad eccezione  di quando sono piccoli che zampettano a 3 metri di distanza, gli adulti , più timorosi,  solo se c’è un bel verme da antipasto mi stanno a 3-4 metri.

I passeri comuni di norma appena apro le finestre volano via, quindi pensando al pettirosso come un bel e noto passeraceo, mi meravigliai che non avesse nessun timore della presenza umana.

Da allora ogni anno ritorna per  circa 1 mese e lo riconosco bene  (sarà lui ? possibile che un altro ritorni sullo stesso luogo?) e posso aprire la finestra senza che voli via.

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Lo scorso anno non è venuto e mi mancava questa sua assenza.

Invece ora da 5-6 giorni  è ritornato ma …

Mio figlio un’ ora fa è salito su un vecchio e altissimo ulivo  per potarlo e io stavo al di sotto per prendere i grossi rami che altrimenti avrebbero danneggiato, nella loro caduta, i vasi e le esili piante di anemoni da poco fuoriuscite dal terreno.

pettirosso nel giardino
pettirosso nel giardino

Ad un tratto mi fa: “c’è il pettirosso! ” . Mi son girato ma non vedevo nulla e lui mi precisa , “no è qui sul ramo davanti a me! ”

Mio figlio con la sega tagliava e il pettirosso, ad 1 metro, se ne stava tranquillo.

Come tutti i giovani lo smart-phone è parte dell’abbigliamento e  mio figlio ha cercato di fare una foto. Ma la luce era fioca , i rami dell’ulivo ricco di  molto fogliame di un verde scuro creavano una densa ombra.

Io lo vedevo da sotto ma non avevo lo smart (l’età conta!)

Poi dopo poco me l’ho ritrovato ad 1 metro sopra il fusto della mia vecchia vite ormai piena di foglie giallorossastre e si è appoggiato anche sul bordo della ringhiera che delimita la mia casa dalla via.

 

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Dovevo immortalare questa sua docilità ma non ho uno smart da foto di qualità, ma lui stava in posa e allora ciak. No, non si gira!

 

Ps. Ingrandite le foto forse riuscite a vederlo!